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Facci entrare

Le ho cercate, le motivazioni. Ho cercato, chiamiamole per quello che sono, le scuse, perché, da donna a donna, avevo bisogno di immaginarti vittima di qualcosa più grande di te. Desideravo che non fossi responsabile.

Ho tentato di immaginare una donna cresciuta in un ambiente retrogrado, ancora svalutante nei confronti delle persone del suo sesso, ma non è vero. Non sei cresciuta in quell’ambiente: sei cresciuta in una famiglia di donne imprenditrici. Hai avuto la libertà che era giusto che avessi, anche se forse ancora non così scontata: hai potuto studiare, formarti. Hai potuto scegliere se lavorare, e hai scelto di no. Va bene. Hai potuto innamorarti, e hai fatto la tua scelta. Ti sei sposata. Sei diventata madre, diverse volte. Sono certa ti sia sentita spesso sola. Sono altrettanto sicura che ad un certo punto ti sia sentita tradita, non solo come moglie, ma anche come persona: traditi i sogni, le aspettative, tradito il rispetto. Come tantissime altre prima e dopo di te hai fatto la tua scelta, in merito, probabilmente ingoiando il dolore (o la rabbia?), probabilmente inaridendoti (o incattivendoti?)

Bada, non metto in discussione le tue priorità: il fatto che non coincidano con le mie non significa che una di noi due sia nel torto. Però.

Però sono la tua nuora. E so di te. Quello che mi fa male è che TU non sai di te; o non vuoi, che probabilmente è peggio, per lo meno ai miei occhi.

E quello che mi fa ancora più male è osservarti ingaggiare una continua battaglia contro le donne: ai tuoi figli hai insegnato che l’unica opinione che conta è quella di un uomo, che neanche LA TUA era degna di nota; a me stai cercando di inculcare in testa che non valgo niente, che invece di sbattermi alla ricerca di un lavoro, di un primo lavoro, di un lavoro migliore, di un lavoro di cui andare fiera, farei meglio a stare a casa; alle mie figlie femmine stai cercando di minare l’autostima, ai miei figli maschi invece giuri e spergiuri che anche la loro pipì è oro.

E in tutto questo io vorrei solo provare rabbia, soprattutto per come ti atteggi con me e le mie figlie: se avere una suocera non collaborativa e ostacolante fa male ma in fin dei conti è più che altro un problema organizzativo, avere una nonna sminuente è tremendo. Vorrei urlarti in faccia che non permetterò che tu faccia questo alle mie bambine: non ti permetterò di farle crescere insicure, sbagliate, sottomesse. Vorrei solo essere tanto arrabbiata: la rabbia, tra tutti i sentimenti negativi, è forse il più costruttivo.

Ma mentirei. Lo so che non sarai poi così dannosa, per loro. So che potrò tamponare, con loro, spiegare, dimostrare, rassicurare.

Si, mentirei. Non sono arrabbiata. Per te in realtà ho solo due parole:

MI DISPIACE.

Da donna a donna: mi dispiace. Mi dispiace che quello che hai vissuto ti abbia resa così autodistruttiva. Mi dispiace che tu non sia riuscita ad amarti, a proteggerti, a rispettarti come avresti voluto. Mi dispiace che tu abbia accettato un terribile compromesso perché hai pensato fosse l’unico possibile. Mi dispiace che tutto ciò ti abbia portato a una feroce misoginia e ad un durissimo maschilismo.

Non sono arrabbiata, vedi. Ho solo una richiesta: permettici di vivere la vita che non hai potuto avere. Permettici di illuminare la tua. Permettici di renderti pazzescamente fiera di noi, come donna, come madre, come nonna. Lasciaci fare breccia nel tuo cuore, facci entrare. Siamo donne. Siamo tutte donne.

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Tanto vale far paura

NUORA!

Anche tu hai speso o stai spendendo anni e anni a cercare, tra mal di pancia, rabbia, lacrime, disperazione ed ENORME FRUSTRAZIONE, un modo per convincere tua suocera della bontà del tuo amore per suo figlio/buon carattere/avere buoni ideali/essere sufficientemente intelligente/essere una brava madre/cuoca/donna di casa? Sì? Ed è servito? 

Come dici? Poco o nulla? Non tanto quanto avresti sperato? Non tanto quanto sarebbe servito al tuo equilibrio psicofisico? Non tanto quanto sarebbe servito per dire addio al tuo analista? 

E certo, cara nuora, che non ci sei riuscita: perché un modo NON C’È. Non c’è perché non hai di fronte una professoressa di matematica a cui sottoporre la tua espressione, con tanto di risultati inconfutabili e prova del nove per fare bella figura.

Tu di fronte hai un’ipocondriaca speciale, e tu sei il sintomo che porterà certamente qualche malattia. Nella migliore delle ipotesi (per lei) il sintomo sarai solo tu, nella peggiore (sempre per lei, per te sinceramente non ho ancora capito) lo sarà tutto il mondo. 

Non puoi convincerla in alcuna maniera, non hai possibilità. Riponi pure tutti i tuoi strumenti e ascoltami con attenzione, perché c’è solo una cosa che funzionerà davvero, in modo un minimo efficace. A livello umano farà anche schifo, ma almeno un poco funzionerà, soprattutto dopo che avrai fatto figli. Uh, sì.

FALLE PAURA.

INCUTILE TIMORE.

Non mi sto riferendo né a minacce, né a punizioni corporali, sia chiaro. È abbastanza facile, in realtà, ma devi mantenere un certo equilibrio perché il passo al considerarti una pazza psicopatica potrebbe essere breve. È un po’come il vedo non vedo: devi farle intravedere possibili scenari di te che la spiazzino quel che basta per non capirti mai del tutto (o non riconoscerti più se sono molti anni che vi conoscete: in questo caso una gravidanza sarà il momento perfetto per mettere in atto il tuo piano).

Eccoti qualche dritta:

– se sarai incinta sarà una passeggiata: enfatizza a mille gli sbalzi ormonali. Se tuo marito sarà d’accordo con te e tuo complice sarà ancora più divertente (oltre che permettere anche a lui di beneficiare di questa condizione). Unico lato negativo: è una scusa che potrai usare solo per nove mesi. Ti renderai conto con enorme stupore di quanto possano diventare intoccabili una pregnant e una puerpera. Poi però puzzerà, e dovrai passare ad altro; al massimo ti condono la depressione post-parto, toh. Certo, potrai sempre stordirla a suon di gravidanze consecutive che neanche i vagoni di un treno merci, ma sinceramente non saprei dirti cosa sarebbe peggio.

– Se ti sei già giocata la carta Tempesta Ormonale, o non intendi fare figli, hai comunque ancora qualche asso nella manica da buttare giù: ti presento la carta Casini al Lavoro, grazie alla quale potrai enfatizzare (o inventarti di sana pianta) il tuo QUASI burn out lavorativo in modo che lei ti veda psicolabile e si geni di poterti far scoppiare dicendo o facendo qualcosa.

– Può interessare anche la cara vecchia È Morta Mia Nonna, vecchia gloria delle scuole superiori, ma temo che non potrai nascondere la verità a tua suocera tanto a lungo, soprattutto se poi non ci sarà nessun funerale. Certo, potresti non aver elaborato ancora un tuo lutto recente… Oh, che cosa brutta e politicamente scorretta che ho appena scritto, vero? Uhm, certo che, però…

In realtà tutto quello che ho scritto non è che sia bellissimo, idealmente e umanamente. No, fa proprio schifo. Ma se c’è una cosa che sa benissimo una donna con una suocera estrema (E chiunque abbia visto Narcos) è che il confine tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, è molto più sfumato di quanto si pensi. Tutto il resto è questione di sopravvivenza.

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“Rose, ti fidi di me?”

C’è un atteggiamento che tutti noi abbiamo avuto che definiamo spesso come il “personalizzare” qualcosa: cambiamo leggermente una ricetta, soprattutto se l’abbiamo già provata, aggiungiamo una spilla al vestito appena comprato, appiccichiamo un adesivo alla nuova smemo… Di per sé mi è sempre parso un atteggiamento positivo, in qualche modo RESISTENTE, per la cultura omologante in cui viviamo.

Ultimamente però mi è capitato di fare caso al fatto che potrebbe essere, se reiterato ed in più ambiti, anche un sintomo di qualcosa di negativo. Provate a pensare anche solo ad una persona che, TUTTE le volte che deve seguire una ricetta, soprattutto se nuova, DI CERTO cambierà le dosi di qualche ingrediente, o ancora meglio cambierà direttamente l’ingrediente stesso: io già sono infastidita al solo pensiero, e non è che sia una perfettina. Oppure potreste pensare a chi deve seguire le indicazioni del proprio medico circa l’assunzione di un certo farmaco, e ne cambia le quantità e i tempi di somministrazione così, perché pensa sia meglio: mi prudono le mani. Date una fetta di torta, una porzione di pasta, un mestolo di minestra, a questa persona: quasi di certo non accetterà la dose che avete scelto per lei e ne lascerà ancora. SEMPRE. TUTTE LE VOLTE. Stai apparecchiando e le metti davanti piatto e bicchiere? Dovrà spostarli per forza e riposizionarli. Le versi il vino nel bicchiere? Lei farà QUEL GESTO ODIOSO di sollevare/togliere il bicchiere da sotto mentre ancora stai versando, facendo puntualmente gocciolare il vino sulla tovaglia pulita e appena messa (“E ma me ne stavi mettendo troppo!”). Metti la copertina su TUA figlia (e vai di ringhio generale)? Lei verrà a spostarla, anche solo leggermente [continua ad libitum]

E’ lì che ti nasce un dubbio, è lì che cominci ad osservare meglio, è lì che – datemi della pazza se non è così – trovi un fil rouge per tutte queste situazioni di cui potresti, effettivamente, sbattertene le palle, ma ti sta troppo sull’anima che TUTTE LE VOLTE debba aggiustare (anche solo leggermente) ciò che hai fatto per lei o per chiunque altro o, peggio ancora, solo PER TE [aggiungere bestemmia, se si desidera]

Passano i giorni, e mentre la bile e l’acidità ti salgono su ogni volta che vedi o ripensi a questo comportamento, il fil rouge trova ragion d’essere. Era così facile, era così evidente… avevi già la soluzione sotto mano, ma come nei migliori rompicapi è l’ultima a cui si pensa: tu CREDEVI che c’entrasse una sottostima nelle tue capacità, sentivi già la tua autostima vacillare pericolosamente ed invece NO!

Mia cara, rilassati! Tu stai facendo tutto bene, o comunque lo stai facendo COME CAZZO TI PARE (che poi è la cosa più importante)! Se l’avrai osservata bene ti sarai resa conto che E’ SEMPRE COSI’. IN OGNI SITUAZIONE. CON CHIUNQUE. E questo ti porta a due conclusioni, la seconda delle quali è in realtà MOTIVO della prima:

  • Questa persona non è (un cicinin, molto, per nulla – scegli tu) in grado di relazionarsi in maniera sana, adeguata, soddisfacente con altre persone (perché trovale, delle persone che non escano infastidite da questi atteggiamenti).
  • Questa persona NON SI FIDA: non si fida dei professionisti (a meno che non dicano ESATTAMENTE quello che vuole sentirsi dire, ed anche lì potrebbe comunque ritenersi insoddisfatta), tantomeno può fidarsi della gente comune, e FIGURATI, se è una suocera, se può fidarsi della propria nuora, con cui è perennemente in competizione per partito preso (lei in particolare, non tutte, per carità). Se Jack avesse chiesto A LEI se si fidava di lui, lei lo avrebbe guardato perplessa dicendo: “Mah, non è che non mi fidi, eh, però…”, e la storia sarebbe andata molto diversamente.

 

Jack o non Jack, da qui in avanti, amica mia, puoi provare ciò che vuoi: puoi provare compassione, o pena, per una persona che non si permette di lasciarsi andare, di fidarsi un po’ di più (ché la vita è anche bella, mica tutti vogliono sempre e solo coglionarti, per la miseria). Puoi provare sollievo: la tua autostima, almeno per stavolta, è al sicuro. Puoi provare divertimento, se sei un po’ stronza: nessuno qui ti giudicherà. Noi SAPPIAMO.

Oppure, come me, puoi provare la voglia irrefrenabile di un bel bicchiere di vino: in quel caso, versamene un po’, e giuro che non toglierò il bicchiere da sotto la bottiglia. Anzi, terrò pure gli occhi chiusi: MI FIDO DI TE, chiunque tu sarai.

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“In fondo…domani è un altro giorno!”

​Proprio come in matematica, ci sono delle costanti che si possono ricavare dal comportamento di una certa tipologia di persona (nel nostro caso, la suocera – ma, purtroppo, anche la propria madre – con qualcosetta di irrisolto tra i denti) in determinate situazioni. Proviamo oggi, nello specifico, a osservare il fascinoso mondo delle idee romantiche che tali personaggi si creano in vista di cose nuove all’orizzonte: può essere l’arrivo di una nuora, un matrimonio, un qualsiasi cambiamento di qualsivoglia natura che lasci spazio a elucubrazioni totalmente campate per aria. Io ci metto la figlia, ma davvero potete sostituirla con cosa o chi volete.

Ecco, lasciati i puntini di sospensione sui soggetti della storia, vediamo le tre (si si, solo tre) fasi emotive che attraversano, e quelle speculari che fan attraversare a noi.

 -FASE 1 per lei: L’IDEA ROMANTICA che neanche Candy Candy). Nello specifico mia suocera se le è fatte circa il suo rapporto con la nipote, immaginando se stessa come una nuova Mary Poppins e la nipotina una foto di Anne Geddes (si si, una foto: ferma, immobile, silenziosa, insomma irresistibile). Lei sarebbe stata per lei la sostituta perfetta della per forza inetta, incapace, cattiva qui presente madre. Senza però volarsene via.

FASE 1 per te: COME GUARDARE UN ALIENO: attonita, senza parole, un po’ schifata.

 – FASE 2 per lei: RETT, NON SEI COME IMMAGINAVO! Con i primi riscontri con la realtà, in un secondo tempo, tali fantasie iniziano a incrinarsi: “Ah, caga?” , “Oddio, piange anche (talvolta)?”, “Minchia, pesa.”

FASE 2 per te: MA VÁÁÁ?!

– FASE 3 per lei: RITIRAAATA! Nello specifico: siccome nella fase 1 intanto ha rotto il c***o sia a me che (con ancor meno filtri) a suo figlio su quanto lei avrebbe DOVUTO stare con la bimba, e su quanto NOI non le abbiamo finora permesso di essere nonna (per inciso, le ha cambiato finora il pannolino NUMERO DUE VOLTE, e su mia richiesta), ora cerca un modo per tirarsi indietro, possibilmente in modo elegante e possibilmente facendo anche ricadere la colpa su di noi.

FASE 3 per te: TI DO FUOCO ALLE TENDE, ROSSELLA. 

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The Truman Show

Arriverà un punto, nella gestione della tua Suocera Estrema, in cui ti chiederai se non siete diventati tutti quanti pazzi: è il momento in cui ti rendi conto che, negli anni, non solo avete costruito un’impalcatura di cazzate intorno a lei per tenerla buona, ma soprattutto che avete pian piano coinvolto tutto il parentado, tutti i vostri amici che (“metti mai”), insomma, tutto il paese.

Sarà una sorta di The Truman Show, se ve lo ricordate (un crudelissimo reality incentrato totalmente su un uomo solo, seguito dalla nascita in tutto quello che fa, ignaro che tutti intorno a lui stiano recitando), ma senza guadagno né share: qui, però, partirà tutto dalla (avvertita come tale) necessità di mentirle su una cosa anche piccola, per poi rendersi conto che, per restare in piedi, la bugia deve essere condivisa con altre persone, sempre più numerose e, come voi, altrettanto timorose della sua reazione (o, se non altro, desiderose di vedervi sereni)… Finchè non ti renderai conto che l’unica a non sapere come stanno davvero le cose sarà lei. E la cosa assurda è che non parleremo di grosse bugie, di cose importanti, che so, di salute (sai, per non farla preoccupare), o legate al vostro rapporto (state divorziando e non glielo volete dire), no no: qui si parla di assolute CAZZATE, tipo essere rientrati a casa alle 17 invece che alle 19, o non aver davvero invitato a pranzo un certo amico, o essere andati a prendersi un gelato nel posto dove una volta lei ti ha detto che avrebbe voluto tornarci con voi… Insomma, stupidaggini, insulsaggini, dettagli, peli nell’uovo, per i quali per non subire INFINITE DISCUSSIONI (e per “infinite discussioni”intendo almeno due ore al telefono, se non di più, e non sto scherzando) coinvolgerai trenta persone, compreso il gelataio, nella costruzione di un universo parallelo da presentarle come realtà.

Fino a che non ti fermerai, non ti guarderai intorno, osservando basita i venti piani di impalcatura fantasma che avrai creato a tempo zero, pagando il silenzio di decine di persone a suon di birrette e inviti a cena, e non ti chiederai: “MA PERCHE’??”.

Perché se a volte potrà essere divertente avere una Versione Ufficiale tutta solo per lei, saranno sempre di più quelle in cui vorrai solo leggerezza, naturalezza, onestà, e ti sentirai le mani legate: perché per persone COME LEI non esistono quei termini. Per persone come lei esistono solo risentimento, invidia, permalosità e accuse, tante accuse. In una parola, PESANTEZZA INFINITA. E quindi ti sentirai le mani legate, sentirai di non poterti comportare diversamente, se vorrai una parvenza di serenità, anche se muovere tutto questo ambaradan che neanche un concerto di Lady Gaga con tutti gli effetti speciali, per una persona sola, ti fa sentire proprio scema. Farà sentire tutti voi una banda di idioti in mano a una persona che, in relazione a delicatezza, tatto, empatia, intanto avrà trattato tutti voi di merda. E voi, cretini, per non offenderla, che organizzate universi paralleli pur di tenerla tranquilla.

 

Io sono già arrivata a quel punto, a quel: “Perché?”.

E sai che c’è? Non ci credo che non ci sia un’altra soluzione. Non mi arrendo all’idea che la cosa migliore sia renderla un nuovo signor Truman al quale inchinarsi tutti quanti e tutti i santi giorni. Non è possibile che tutto e tutti debbano ruotare intorno a lei, mettendo insieme tutta la sensibilità di cui sono capaci per sopperire alla sua totale assenza proprio di sensibilità.

 

Giuro che appena trovo un modo ve lo dico: intanto buon giorno e, nel caso non vi rivedessi, buon pomeriggio, buona sera e buona notte.

 

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D’OH!

Fermati, osservati.

Osservati, pensa.

Ho dovuto dirmelo due volte, a voce alta, prima di riuscire a farlo davvero. C’erano dei comportamenti di me che sentivo stonare, nel mio intimo, ma mi sfuggivano. Per quattro mesi li ho lasciati sfuggire, in realtà. Quattro mesi fa è nata la mia prima figlia. Niente di grave, beninteso: non sono depressa,  non sono infinitamente stanca, non sono preoccupata.

Ma quando, ieri, mi sono detta: “Basta, c’è qualcosa che non va: ora fermati, osservati e dimmi cosa vedi”, il risultato mi ha davvero spiazzata. Ho visto una donna che stava cominciando a dare per scontato di non essere più interessante non tanto agli occhi degli altri, quanto ai suoi medesimi. E mi sono spaventata molto: già l’altrui interesse ed approvazione resterà per sempre il mio tallone d’Achille, ma se – hey! – mi ci dovessi mettere pure io, beh, ciaone.

Non so bene da dove sia partita, ma credo che quando dico che quando ricevo una qualsiasi visita mi venga automatico “uscire la bimba” per esporla e parlar di lei prima ancora di tutto il resto, prima ancora che venga richiesto, qualunque mamma saprà a cosa mi sto riferendo. Immagino che la routine faccia il resto, ed essere ancora in maternità (figata, beninteso, e stop) non aiuta. No, non è del tutto esatto: il resto lo fa, evidentemente, il mio cervello, per sempre (purtroppo) ancorato a quelle che resteranno per sempre le mie fragilità. E la mia fragilità maggiore è legata alla paura di essere trasparente, inesistente, agli altrui occhi. Inesistenza avvallata prima di tutto da me stessa, chiaramente: se questo non fosse proprio il mio punto debole, dinnanzi a qualcuno che si comporta come se non esistessi semplicemente farei spallucce, sorriderei e direi un bel “chissene!”. Mai come adesso però ho compreso come posso nuocermi così tanto da sola, col solo potere dell’autoconvinzione mescolata a scope, aspirapolveri, stoviglie, pannolini e bavaglini e, soprattutto, smartphone. Maledetta routine, maledetta pigrizia.

E che ciò non venga preso per una malsana gelosia nei confronti di una neonata: non mi toglie luce, non mi sento alla sua ombra. Sono ben cosciente di essere capacissima di togliermela da sola, la luce. Mia figlia è una stella, risplende di luce propria, come ognuno di noi. Ed è giusto che ognuno di noi curi la propria luce e promuova quella degli altri.

A che è servito, allora, andare per anni da uno psicologo e regalargli una casa al mare? E’ servito a prendere coscienza delle proprie fragilità, per poi poterle riconoscere e prevenirne le conseguenze il più possibile. Ma ciò significa stare sempre vigili e riconoscere i segnali di quando si sta per fare (o si è già di nuovo fatto, d’oh!) il solito scivolone. D’OH!

Quante volte lo abbiamo esclamato, D’OH? Quante volte abbiamo riso per essere inciampate di nuovo, per l’ennesima volta, nello stesso scalino? Quante volte sbattiamo il gomito, o il ginocchio, nello stesso angolo del tavolo, del mobile, del letto?

Ho sempre amato ridere dei miei difetti, della mia goffaggine: non per niente adoro Pippo (o, meglio, Goofy). Anche adesso, mentre scrivo, sorrido per essermi accorta dell’ennesimo bollo che mi sono procurata da sola, come una scema, alla Bridget Jones.

Bene, hai riso? asciugati le lacrimucce, esclama il tuo ultimo “yuk!” e datti da fare: scrollati di dosso quello strato di inedia che hai, anche giustamente, lasciato che ti permeasse in questi mesi, e riprendi la tua luce in mano. Sono queste le vere pulizie di primavera (ritardatarie, lo so, ma noi non siamo mai state – né mai saremo, per fortuna! – casalinghe modello) che devi fare.

E vedi di farle, perché, oltre al rischio di spegnerti pian piano, di annullarti davvero, ricordati che intorno a te, e soprattutto alle tue fragilità, come se non bastasse, ci sono sempre certi sciacalli di nostra conoscenza.

 

A buone intenditrici, poche parole.

 

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Le cose che possediamo

Quando ho sentito parlare della pubblicazione di un libro per sapersi liberare delle cose superflue che possediamo, la prima volta che sono andata in una libreria l’ho cercato, l’ho sfogliato con interesse e poi l’ho riposto nel suo scaffale: un po’ perchè se proprio io, che soprattutto al tempo non accumulavo mai nulla, l’avessi comprato sarebbe stata la prima cosa davvero inutile che avrei avuto in casa; un po’ perchè ciò che vi ho trovato scritto non mi è piaciuto del tutto. L’autrice, forse giapponese, consigliava di buttare via davvero tutto-tutto, mentre io ero (e resto tuttora) convinta che un piccolo accumulo selezionato di oggetti che abbiano davvero per noi un significato storico, emotivo, affettivo sia bello e anche giusto farlo.
Nel flusso continuo della nostra vita, e anche di quella dopo di noi, è bello non dimenticare le proprie radici, i primi amori, le amicizie d’infanzia, certi ricordi di scuola. Per me gli oggetti da selezionare e accumulare sono proprio quelli che possono portare questi significati: una foto di classe, la treccia dei miei capelli di quando avevo sette anni, le lenzuola di mia nonna, la camicia anni ’70 di mia mamma… C’è anche da dire che fino a pochi anni fa la mia famiglia ha sempre abitato in case in affitto, e accumulare non è cosa da affittuari: lo impari al primo trasloco e non lo dimentichi più.

Ho anche imparato che a volte c’è bisogno di “accumuli temporanei di cose”, perchè può succedere che non si riesca (o non si voglia ancora) a chiudere con una certa persona, o con una determinata situazione: quando perdi una persona tenere anche i suoi biglietti timbrati del tram può essere un modo per sentirla ancora vicina, ancora viva. Se ti ha appena lasciato il ragazzo e tieni ancora i suoi messaggi e le sue lettere da rileggere mentre ascolti “La solitudine” di Laura Pausini mixata con “Dimentica” di Raf, ci sta ancora, perchè è anche giusto prendersi un lasso di tempo fisiologico per piangere tutte le proprie lacrime e poi voltare pagina.

E per me quel VOLTARE PAGINA significa che ad una certa butterai via tutte le lettere di Gino (che tanto avrai imparato a memoria per il resto della tua vita), o regalerai tutti i vestiti di tuo papà (tranne il suo cappotto preferito e quella camicia che lui diceva essere rosa salmone e invece era proprio arancione), e andrai avanti. Senza dimenticare, ma ANDRAI AVANTI.

Tutte queste parole era giusto spenderle per gli oggetti carichi di ricordi ed emozioni.

Ma non scordiamoci che poi esistono TUTTE LE ALTRE COSE: jeans che non ci vanno più, pennarelli quasi scarichi, regali mai apprezzati, mobili ed elettrodomestici di quarant’anni fa, contenitori usa e getta, la carta stagnola o la pellicola riutilizzate per almeno dieci volte… Lungi da me approvare la cultura usa e getta, ma c’è un limite a tutto.

Ora, mettete insieme un accumulatore di oggetti affettivi e uno di oggetti di uso comune, uniteli in una sola persona, in una sola CASA, e avrete l’immagine esatta di colei a cui è dedicato questo blog, e del posto in cui abita: praticamente un MAUSOLEO, un tempio dotato di sacerdotessa super fedele.

L’immagine, anzi, un fermo immagine, di una vita cristallizzata, e per scelta.

Facciamo tutti un gran respiro, e corriamo subito ai nostri cassetti e armadi, alle nostre teste, per tenere il più possibile solo quello che ci servirà per il futuro, non ciò che ci zavorrerà per sempre al nostro passato.

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